Un salto (in alto) nella storia dell’atletica leggera

Atletica News

Pubblicato il: 11/06/2019



Nella settimana successiva ai Campionati Italiani Junior e Promesse l’atletica leggera piemontese conta le medaglie conquistate a Rieti – ben 15, divise in 9 ori, 1 argento e 5 bronzi – e riguarda il “volo” che ha consegnato a Stefano Sottile il titolo under 23 di salto in alto (l’articolo a questo link). Un respiro profondo, qualche battito di mani per coinvolgere il pubblico e darsi il ritmo per la rincorsa; dieci passi sempre più veloci, curva verso destra, stacco. L’asticella non cade, Stefano Sottile supera i 2,30 e scrive una nuova pagina della sua carriera, entrata in una nuova dimensione. A proposito di pagine, il salto in alto ne ha caratterizzate più di una nella storia dell’atletica leggera e dello sport in generale. La più interessante è probabilmente quella scritta da Richard Douglas “Dick” Fosbury il 20 ottobre del 1968 ai Giochi di Città del Messico. Fosbury ha 21 anni, è statunitense originario di Portland (Oregon), studia ingegneria e quel giorno vince la medaglia d’oro con il record olimpico di 2 metri e 24 centimetri. Ci riesce con una nuova tecnica, fino a quel momento mai utilizzata da nessuno ad alto livello; una tecnica che da allora è diventata sostanzialmente l’unica nella disciplina e che naturalmente porta il suo nome.

Il salto in alto fu probabilmente inventato già nell’antica Grecia, anche se la prima gara documentata venne disputata in Scozia all’inizio del 1800. È inserito nel programma olimpico fin dalla prima edizione di Atene del 1896, mentre la prova femminile fu introdotta ad Amsterdam nel 1928. Inizialmente lo scavalcamento dell’asticella avveniva con la sforbiciata, pian piano affinata per riuscire a raggiungere un’altezza maggiore. Negli anni ’50 si impose la tecnica ventrale (a pancia in giù, con la schiena rivolta verso l’alto), che rispetto alla prima risultava più efficiente. Questo, in poche parole, perché per superare l’asticella il saltatore doveva portare il proprio baricentro al di sopra di essa meno che nel caso della sforbiciata.

L’intuizione di Fosbury fu geniale proprio per questo aspetto, perché grazie all’arco dorsale con cui il saltatore “avvolge” l’asticella è possibile scavalcarla mantenendo il baricentro del corpo sotto di essa, raggiungendo quindi un’altezza maggiore a parità di sforzo. Quando testa e tronco sono sopra l’asticella le gambe si trovano al di sotto, richiamate verso l’alto una volta che le anche hanno valicato l’asticella. Va da sé che per essere realmente efficace, questa tecnica deve essere eseguita con una coordinazione perfetta nelle varie fasi. Non soltanto durante il volo ma anche durante lo stacco, momento in cui si deve trasformare senza dispersioni la forza di inerzia procurata dalla rincorsa (curva) in elevazione.

All’inizio della sua carriera, Dick Fosbury aveva approcciato il salto in alto con la tecnica ventrale, che non gli aveva però regalato alcuna soddisfazione. Sebbene sconsigliato dagli allenatori aveva iniziato a studiare il nuovo personale sistema, che lo portò alla vittoria dei trials americani per la qualifica olimpica e successivamente ai Giochi del 1968. Città del Messico ospitò quella che per molti è l’Oimpiade più spettacolare di sempre per quanto riguarda l’atletica leggera. L’altitudine (oltre 2000 metri) e l’introduzione del tartan come superficie della pista favorirono un gran numero di record olimpici e mondiali, alcuni dei quali rimasti imbattuti per oltre vent’anni (per esempio 400 piani e salto in lungo). Indimenticabile, al di là della prestazione, la gara dei 200 metri, terminata con il podio di Tommie Smith, Peter Norman e John Carlos e con la silenziosa protesta contro la discriminazione razziale.

Tornando alle vicende più strettamente sportive, l’invenzione di Fosbury potè concretizzarsi anche grazie al materasso, che da non molto aveva soppiantato la sabbia e i trucioli, decisamente non adatti al nuovo atterraggio sulla schiena. La sua impresa fu naturalmente amplificata dalla vittoria dell’oro olimpico e la sua tecnica si diffuse in tutto il mondo. L’ultimo grandissimo interprete del ventrale fu l’ucraino Vladimir Jaščenko, che nel 1977 saltò 2,33 m e stabilì il record del mondo di allora (lo migliorò, ma al coperto, fino a 2,35 nel 1978). Sempre con il ventrale, la tedesca Rosemarie Ackermann fu invece la prima donna a superare i 2 metri, nel 1977. Con il salto Fosbury, il cubano Javier Sotomayor ha stabilito il record del mondo di 2,45, imbattuto dal 1993. Il primato femminile è ancora più vecchio, detenuto dal 1987 dalla bulgara Stefka Kostadinova.

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