Beach Volley: sole, sabbia e una versione invernale

Beach Volley News

Pubblicato il: 05/06/2019



Ciò che per moltissime persone in tutto il mondo è uno dei passatempi preferiti della bella stagione affonda le proprie origini circa un secolo fa sulle spiagge della California. Stiamo parlando del beach volley, “fratello minore” della pallavolo, con il quale condivide parecchie somiglianze ma da cui differisce anche per alcuni importanti aspetti. Ovvie differenze sono la superficie di gioco, l’abbigliamento e il numero di giocatori in campo: 2 nelle partite ufficiali (e senza cambi), anche se nulla vieta agli appassionati di comporre squadre più numerose. Le dimensioni del campo sono molto simili nei due sport (leggermente maggiori nella pallavolo) e per questo nel beach volley gli scambi sono generalmente più brevi. Per coprire al meglio il campo gli atleti devono possedere reattività, posizione e visione di gioco; fondamentale, ad alto livello, è la preparazione atletica, per mantenere un elevato rendimento lungo tutto l’incontro o nel corso del torneo, che spesso propone tante partite ravvicinate.

Il match è è al meglio dei tre set, con il primo e il secondo parziale che si concludono a 21 punti e il terzo a 15; occorre naturalmente chiudere i set con due punti più dell’avversario. Rispetto all’ambiente delle palestre e dei palazzetti, sole e vento possono condizionare gli scambi, motivo per cui – oltre che alla fine di ogni frazione – il cambio campo si effettua ogni sette punti (ogni cinque nel terzo set). Al pari della pallavolo, tra i colpi “base” del beach volley ci sono battuta, bagher, schiacciata e palleggio, ma quest’ultimo prevede una tecnica e restrizioni particolari.

Per esempio, può essere utilizzato per attaccare soltanto se il pallone viene mandato al di là della rete in direzione perpendicolare alla linea delle spalle. Il doppio tocco del pallone è sempre penalizzato tranne che nel caso di attacchi molto veloci; in queste situazioni il difensore può “parare” il pallone anche toccandolo due volte, purché all’interno dello stesso movimento. Il tocco del muro è compreso nei tre a disposizione della coppia all’interno della stessa azione. Il pallonetto effettuato con i polpastrelli è fallo, mentre lo stesso colpo può essere eseguito con le nocche o con il palmo.

Oltre alla genesi di questa disciplina, la California ha accolto anche i suoi primi tornei e la sua “esplosione”, tra gli anni ’50 e ’60; una moda cui non si sottrassero neppure personaggi come i Beatles e Marilyn Monroe. Sempre negli Stati Uniti vennero organizzate le prime competizioni con montepremi, mentre la prima manifestazione riconosciuta dalla Federazione internazionale (FIVB) si svolse nel 1987 a Rio de Janeiro. Tre anni prima a Cervia, intanto, si era tenuto il primo torneo di beach volley in Italia. A cavallo tra anni ’80 e ’90 nacque quindi il circuito a tappe delle World Series, preludio all’ingresso della disciplina nel programma olimpico. Ai Giochi di Barcellona del 1992 fu inserita come “dimostrativa”, divenendo poi ufficiale ad Atlanta quattro estati più tardi.

Sebbene sia sinonimo di sole e di caldo, da qualche anno il fascino del beach volley si ritrova molto simile nello snow volley, l’alternativa invernale su neve (battuta) da sempre praticata nei paesi nordici per divertimento e da circa un decennio regolamentata da norme ufficiali. Il primo torneo è datato 2008, disputato in Austria tra le montagne di Wagrain, a circa 1850 metri di quota. Altra importante tappa per quanto riguarda questa specialità è il riconoscimento da parte della confederazione europea (CEV) nel 2015, mentre in Italia si è conclusa quest’anno la terza edizione del San Bernardo Snow Volley Tour, con diverse tappe alcune delle quali ospitate in località piemontesi.

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