Ian Sagar, la “testa” nello sport

News

Pubblicato il: 07/05/2019



Tra le esperienze comuni dell’essere umano lo sport è quella che meglio di tutte impegna in maniera uniforme il corpo e la mente. Spesso – a proposito di sport – si sente parlare di mentalità, di “testa”. Ciò che spinge a lavorare per mesi in vista di una competizione, ciò che rende sopportabile la fatica in allenamento e in gara, ciò che fa passare in secondo piano “tutto il resto” e aiuta a concentrare le proprie energie nella preparazione. Nello sport la forza mentale ha la stessa importanza delle capacità atletiche e nel campione queste sono legate in maniera perfetta. Non di rado la mentalità di un atleta è il frutto della sua esperienza di vita e in molti casi il suo approccio all’attività fisica si riflette anche nel modo in cui vive il quotidiano, al di fuori del campo o della palestra.

Una “testa dura”
Tra gli sportivi che rappresentano alla perfezione questo discorso c’è Ian Sagar, classe 1982, giocatore di basket in carrozzina e bronzo alle Paralimpiadi di Rio de Janeiro del 2016, britannico di Sheffield ma cresciuto a Barnsley e da ormai sei stagioni in Italia nella squadra della Briantea 84 di Cantù. Nel 1999 un incidente in motorino ha cambiato per sempre la sua esistenza. “La mia vita era assolutamente normale” ha raccontato Ian Sagar in un recente incontro tenuto presso La Mole Sports Academy di Rivoli, “un lavoro e una ragazza, serate al pub, calcio e rugby; pensavo che sarebbe continuata così per sempre. Poi, improvvisamente, mi resi conto che tutto ciò che avevo previsto non sarebbe più stato possibile”. “All’inizio provai paura e delusione” prosegue Ian, “poi sentii un grande desiderio di prendere tutto ciò che la vita poteva darmi, anche in una condizione diversa rispetto a prima”. Ad aiutarlo a trovare la forza dentro di sé furono le lacrime della mamma accanto al suo letto di ospedale; il gruppo di amici, che non cambiarono di una virgola il suo rapporto con lui. La carrozzina? “Una liberazione, dopo quattro mesi sdraiato sulla schiena”. Gli ostacoli sulla strada, in casa? “Ognuno una sfida, una prova da superare” afferma, “non ho ancora trovato niente che non posso fare, devo soltanto trovare il modo per farlo. Se voglio farlo, posso farlo. E se qualcuno mi dice che non posso riuscire, ci provo con il doppio dell’impegno”.

Rialzarsi e mai accontentarsi
Ian Sagar ha iniziato a ragionare in questo modo in quei giorni di fine anni ’90, semplicemente affrontando la vita di tutti i giorni, girando per le vie di Barnsley oppure studiando il sistema per prendere un libro sul piano più alto dello scaffale di casa. E quando ha capito che il basket in carrozzina sarebbe stato il suo futuro ha trasferito nello sport la stessa filosofia. Due volte partecipò alle selezioni per entrare in nazionale e in nessuna delle due occasioni venne scelto. Da entrambe però ripartì con più voglia di migliorare, curando sonno e alimentazione, aumentando le ore di preparazione e sperimentando nuovi esercizi; per utilizzare le sue parole, “uscendo dalla ‘comfort zone’, perché solo esplorando ciò che non si conosce si può crescere”. Si ripresentò alle selezioni e venne preso; ancora oggi, dopo due edizioni consecutive dei Giochi e una medaglia paralimpica, veste la maglia numero 12. “Le sconfitte sono basi di partenza, nuova benzina per andare avanti con più determinazione” spiega, “ogni errore è un po’ di esperienza messa da parte per allenarsi meglio. Oggi so che devo curare ogni dettaglio, per esempio come mangio e quanto dormo; ogni piccolo elemento della vita quotidiana rappresenta un ‘un per cento’, ma sommandoli tutti la percentuale diventa importante ed è ciò che fa la differenza tra vincere e perdere una partita. Una piccola fatica ogni giorno può produrre un grande risultato alla fine”.

Alzare sempre l’asticella
Così Ian ha vinto il bronzo a Rio, al termine di una finale incredibile contro la Turchia, lasciandosi definitivamente alle spalle la delusione del quarto posto di Londra 2012. Sull’aereo di ritorno verso l’Europa un nuovo obiettivo era già nella sua testa e lo sta accompagnando nel quadriennio in corso: salire almeno un altro gradino del podio a Tokyo 2020. Del resto ogni vero atleta lavora per migliorarsi sempre e anche una volta raggiunto il massimo risultato continua a impegnarsi per confermarlo. Lo stimolo del vero atleta – e quindi di Ian Sagar – è la ricerca della perfezione; uno stimolo che non si esaurirà mai, perché nello sport la perfezione è irraggiungibile.

La presentazione del libro
Ian Sagar e il giornalista canturino Alessandro Camagni hanno recentemente presentato a La Mole Sport Academy “Le mie vite in gioco”, biografia del campione britannico scritta dallo stesso Camagni e edita da Add Editore. “Non è la storia di un supereroe” hanno precisato gli autori, “è la vita di una persona, con alti e bassi, momenti di difficoltà e di gioia; è il racconto di come si parte dai primi per arrivare alle vittorie”. Nel corso dell’evento – ribattezzato “I’m possible” e sostenuto dall’azienda H3 Water – l’atleta della Briantea 84 ha ripercorso alcune tappe della sua vita sportiva e non, intervistato da Andrea De Beni, giocatore di basket e atleta di adaptive crossfit. A proposito del suo primo approccio con il basket in carrozzina, avvenuto nel primo periodo della riabilitazione, “vidi persone che giocavano e capii subito che la disabilità era secondaria, anzi, non esisteva proprio” ricorda Ian Sagar, “così provai appena ne ebbi la possibilità e la prima sensazione che avevo avuto venne confermata. In quel momento realizzai che la disabilità era nient’altro che una parte della vita, non qualcosa da nascondere o di cui vergognarsi. Quando gioco la carrozzina non esiste. Sono un atleta, mi alleno per migliorare e quando scendo in campo penso soltanto a vincere”.

Luca Bianco

Foto tratta dalla pagina Facebook della Briantea 84

Questo sito prevede l'utilizzo dei cookie. Continuando a navigare si accetta il loro utilizzo. OK Maggiori Informazioni