Tiro con l’Arco: 3D, un’affascinante caccia immaginaria

News Tiro con l'Arco

Pubblicato il: 01/05/2019



Per quanti millenni l’uomo si è servito di arco e frecce per cacciare? In ambito sportivo la diretta conseguenza di questa lunga “tradizione” è il tiro con l’arco 3D, specialità in cui i bersagli sono sagome tridimensionali di animali realizzate in materiale plastico e immerse nei più svariati contesti naturali. Una gara assomiglia a una battuta di caccia, insomma, che ovviamente non uccide nessuna preda; anche per questo la federazione internazionale ha deciso di rendere ufficiale il 3D, per disincentivare la caccia con l’arco e ricondurla in un territorio esclusivamente ludico e sportivo. La specialità è praticata da alcuni decenni e nei primi anni 2000 ha visto le prime gare organizzate dalla World Archery. Il primo Mondiale “sperimentale” si disputò nel 2003 in Francia, mentre il primo evento iridato ufficiale si tenne nel 2005 a Comago, in provincia di Genova. In quell’occasione l’Italia vinse il medagliere e da allora ha sempre occupato uno dei primi tre posti nella classifica per nazioni sia agli Europei sia ai Mondiali, anche grazie ai tanti podi conquistati dagli arcieri torinesi e piemontesi chiamati a vestire la maglia azzurra. Dal 2008, a livello nazionale, il 3D è regolamentato dalla FITARCO.

Quattro sono le divisioni – le tipologie di arco – ammesse: compound, arco nudo, istintivo e longbow. Le sagome raffigurano un gran numero di animali domestici e selvatici: orsi, camosci, cervi, conigli, galli e tacchini, tartarughe e alligatori, uccelli rapaci, cinghiali e persino insetti. L’obiettivo è scagliare la freccia in prossimità della “zona vitale” dell’animale; il centro perfetto vale quindi 11 punti, mentre i cerchi concentrici (o le forme irregolari concentriche) più esterni ne valgono rispettivamente 10 e 8. Tutte le altre parti della sagoma valgono 5 punti, mentre mancarla equivale a uno zero, indicato con M (missed, cioè “mancato”). Ci sono varie analogie tra il tiro 3D e il campagna, prima fra tutte lo svolgimento delle competizioni sui prati e nei boschi, tra fossi e pietraie, quasi sempre in mezzo alla vegetazione. I bersagli sono posti più in alto o più in basso rispetto alla piazzola di tiro, in ombra o illuminati dal sole; gli arcieri sono spesso costretti a tirare in precarie condizioni di equilibrio o in controluce. Difficoltà che fanno parte del gioco e rendono questa specialità estremamente varia e divertente.

Altra incognita importante è la distanza delle sagome, proprio come nel campagna, con la differenza che nel 3D questa è sconosciuta per tutti i bersagli. È quindi importante saperla determinare con buona approssimazione, per regolare di conseguenza l’arco prima di scoccare la freccia. Il primo aiuto è dato dalle sagome stesse, perché queste sono divise in quattro gruppi in base alla loro dimensione; al primo gruppo appartengono le più piccole, al quarto le più grandi, e  per ogni gruppo esiste un intervallo di distanze entro il quale è posto il bersaglio. Inoltre, secondo regolamento, le distanze di tiro devono essere in proporzione alla grandezza dell’animale (in altre parole una chiocciola non potrà essere posta più lontana di un bue).

Dopo questa considerazione preliminare, per migliorare l’approssimazione è importante riuscire a stabilire in maniera precisa una lunghezza di 5 metri e passare poi facilmente ai 10 e ai 15, “disegnando” una griglia immaginaria sul terreno fino a vedere in quale zona di tale griglia cade la sagoma. Ostacoli e avvallamenti tra la piazzola di tiro e il bersaglio possono complicare questa operazione, motivo per cui l’allenamento e l’esperienza sono determinanti. Ancor più importante è però la tecnica di tiro, vero punto di partenza per qualunque gara arcieristica, sia essa sui tradizionali bersagli o con animali sparsi in un bosco.

Luca Bianco

La foto in alto è di Alessandro Riva

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