Una vita nel basket, la recente passione per il padel, il ricordo delle incredibili Olimpiadi di Atene. Quattro chiacchiere con Hugo Sconochini

Pubblicato il:   ·   Di: Luca Bianco

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Una vita nel basket, la recente passione per il padel, il ricordo delle incredibili Olimpiadi di Atene. Quattro chiacchiere con Hugo Sconochini

Ci sono persone che affascinano per i loro aneddoti, altre per il modo in cui li raccontano, altre ancora che sanno colpire sia con la loro storia sia con le parole. Quelle di Hugo Sconochini sono cariche di significato e di ricordi, pronunciate con quell’inflessione tipica che svela le sue origini argentine, anche dopo moltissimi anni trascorsi in Italia. Oggi Hugo Sconochini ha quasi 46 anni; si definisce un ex atleta “che ha fatto quello che gli piaceva fare e che si diverte a veder crescere i propri figli”. Dopo una vita di pallacanestro ha intrapreso da qualche stagione – come giocatore e anche come istruttore – una nuova disciplina sportiva: il padel. L’importanza dello spazio, la tattica e la complicità con il compagno di squadra non lo rendono poi così diverso dal basket, che occupa ancora un posto di primo piano nella sua vita, per il suo lavoro di commentatore televisivo, e anche – immaginiamo – nella sua memoria.

Quante storie, quanti ricordi ci possono essere nella memoria di un uomo che intorno ai 18 anni ha deciso di andare via di casa e trasferirsi in un altro continente “per inseguire il mio sogno, per cogliere un’occasione forse irripetibile, per curiosità, per vedere un posto che fino ad allora avevo esplorato solo sui libri”? Quanti aneddoti, all’interno di una carriera che l’ha visto vincitore di campionati, di coppe nazionali ed europee e, soprattutto, delle Olimpiadi? Accadde ad Atene nel 2004, con la nazionale Argentina che per talento e successi ottenuti viene anche ricordata come Generación Dorada.

“Per vincere non basta il talento” precisa Hugo Sconochini, “serve un carattere forte e anche da questo punto di vista quel gruppo era incredibile”. Reduce dalla “delusione” del secondo posto ai Mondiali del 2002 la Selección si ritrovò all’inizio dell’estate del 2004 per preparare i Giochi. L’accolse una palestra fredda (in Argentina l’estate corrisponde ovviamente all’inverno europeo) e sporca. “Ci trovammo a pulire per terra per poterci allenarci” ricorda Hugo, “e anche queste piccole cose contribuirono a cementare il gruppo”.

Ci si immedesima nelle parole di Hugo Sconochini. E si sogna di essere sullo stesso aereo che qualche settimana dopo porta l’Argentina ad Atene per l’appuntamento con la storia. La nazionale albiceleste supera il primo girone, ai quarti la Grecia padrona di casa, in semifinale il “Dream Team” statunitense e in finale l’Italia, reduce da una storica semifinale contro la Lituania. “Forse eravamo un po’ più riposati” prosegue Hugo, “forse avevamo un po’ più di talento e di soluzioni individuali, una caratteristica – quest’ultima – del basket sudamericano rispetto a quello europeo”.

Nella notte tra il 28 e il 29 agosto Hugo Sconochini non festeggia con il resto della squadra. Al termine della finale viene richiamato per il controllo antidoping insieme a Carlos Delfino ma a differenza del compagno deve sottoporsi anche all’esame del sangue. “Tornai tardissimo al villaggio olimpico” racconta Hugo, “lo trovai deserto; del resto era l’ultima notte delle Olimpiadi. Salii in camera e trovai il pallone della finale che Manu Ginobili, mio compagno di stanza, aveva recuperato alla fine della partita”.

“Andai a letto” prosegue, “finché all’alba non entrarono in camera Andrés Nocioni e Carlos Delfino, quasi buttando giù la porta e in uno stato… Presero il pallone e lo calciarono in mezzo a una pineta che si trovava lì vicino. Quando Manu tornò in stanza non vide il pallone e pensò che fosse colpa mia. La verità venne fuori qualche anno più tardi, quando ci ritrovammo tutti insieme per una cena”.

“Vincere con la nazionale è qualcosa che non ha prezzo” aggiunge Hugo Sconochini, “per ogni giocatore argentino indossare la maglia della nazionale è un grande orgoglio e questo attaccamento si trasferisce anche nelle squadre di club, ci spinge a dare sempre il massimo”. Anche per questo Hugo Sconochini ha lasciato il segno un po’ dappertutto, da Reggio Calabria alla Virtus Bologna, da Milano a Roma, andata e ritorno passando per Panathinaikos e Tau Vitoria, ma anche in serie C1 nelle ultime stagioni della sua carriera.

Tutto iniziò dal sogno di un adolescente e da due genitori che assecondarono la sua passione e proseguì con un coach che credette in lui, anche dopo il grave infortunio al ginocchio. Era Carlo Recalcati, che nei primissimi anni ’90 lo lanciò definitivamente in serie A a Reggio Calabria (e che nella finale olimpica del 2004 Hugo ritrovò da allenatore della nazionale azzurra).

“La prima volta che arrivai in Italia rimasi tre mesi come ‘prova’” conclude Hugo Sconochini, “quando tornai in Argentina dissi ai miei genitori che quella sarebbe stata la mia strada, il mio futuro. Li ringrazierò sempre per avermi lasciato ‘volare con le mie ali’; per questo, se un domani mio figlio mi dicesse di voler andar via io soffrirei tantissimo, ma alla fine lo lascerei libero di partire”.

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